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Riflessioni da un letto d’ospedale
di Daniele Bertossi 16.04.2003

È passato un mese dall'amputazione de dito con la grave ulcerazione che ne è derivata e che ha messo a rischio l'intero piede.
Ora, qualche speranza di guarigione, speranza che mi porta con la testa a programmare la mia terza vita alpinistica.
Certo che aver perso un dito per un congelamento in montagna forse sarebbe stato più nobile.
Concetto strano, ma abbastanza diffuso e popolare per chi ama veramente l'alpe. Penso di non essere il solo che sceglierebbe la pace eterna della montagna piuttosto che in un incidente stradale (con gli scongiuri, possibilmente a 108 anni). Concetto che potrebbe essere spiegato pensando a tutte le persone morte in guerra sacrificando la loro vita per la Patria. Ecco, la montagna è la mia patria.

Ora sono a Vicenza e l'unico panorama offerto dai due balconi alla mia sinistra sono i caseggiati dell'ala dell'ospedale parallela alla mia. Almeno a Belluno, all'epoca del ricovero post-volo della Cima Giaf mi capitava di strizzare l'occhio alla Schiara e alla Gusela del Vescovà.

Allora, la vista di quelle cime fu uno stimolo ed una emozione.

Certo, "le emozioni"! Questo turbine di cose che entrano dagli occhi per arrivare al cervello ed al cuore... "le emozioni"!
Albe, tramonti, il sorseggiare l'acqua pura da una fonte, il fruscio quasi impercettibile delle foglie autunnali che alla prima brezza si staccano dagli alberi, il gracchiare giocondo dei corvi in quota, il soffermarsi ad ammirare la vita minuta degli insetti, lo sbocciare dei primi fiori a primavera, tu stesso in sintonia con la natura... queste e altre cose semplici che sfuggono, ma che ritornano quando mancano nei momenti d'impotenza.
Mai come in questo periodo mi sono sentito come la poesia di Ungaretti "Si sta / come d'autunno / sugli alberi / le foglie"; un senso di precarietà che può essere compensato solo dalla speranza.

Orizzonti a perdifiato, ecco a cosa devo pensare, sarebbe assurdo perdersi tra le lenzuola di un letto d'ospedale.
In realtà c'è sempre una parte di imponderabile che ti sfugge dalle mani, qualcosa che è più grande di te.

Bisogna rimanere attaccati e godere della quotidianità delle piccole cose e ricercare ogni tanto qualcosa con un pizzico di sale in più.
Penso anche alla mia forma di alpinismo, salire e godere delle nostre montagne di casa e dopo un buon allenamento, tentare, nei periodi propizi, qualche cima più tosta. Un rincorrersi dunque di piccole cose giornaliere alternate a un qualcosa di più grande. Tutto questo in base ai nostri limiti, alle nostre capacità, alla nostra esperienza.

Orizzonti a perdifiato...dicevo! Ritorno con la mente allo scorso autunno sul Monte Scamiz sopra Njalga Pramosio.

Una giornata uggiosa, grigia, dove la nebbia ovattava i miei improperi per la testardaggine del mio compagno deciso alla salita nonostante il brutto tempo.
Poi, a cento metri dalla vetta, un mare di nubi si adagiava sulla Carnia e al di sopra le fraterne cime irrorate di luce maestosa: ecco l'Avostanis e la Creta di Túnau dipinte dai grigi calcari e dai rossi delle erbe autunnali più in là il biancore nivale spruzzato sul Coglians, a nord, senza nebbie, un arcobaleno di tinte che finivano omogenee nel bianco immacolato dei ghiacciai del Grossglockner e poi, in controluce, tutto l'arco delle Giulie, frastagliate e uniformate dai vari grigi in luce e ombra, ma pur sempre rìconoscibili e nette nella loro forma, e ancora le Carniche a sud ovest, via via fino alle blasonate Dolomiti. Sembra quasi il momento in cui sto vivendo adesso, avvolto dalle nebbie dell'insicurezza.

E la vita è proprio così; al di sopra delle nebbie c'è sempre la luce, basta volerci arrivare.

 

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