

Tiaris
di Cjanal del Fier
Terre del Canal del Ferro
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L’orizzonte mitico del Canal del Ferro
DOMENICO ZANNIER
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Stretto e incassato tra le rocce ferrigne il Canal del Ferro si allarga di tanto in tanto in diramazioni vallive laterali e conche di intenso effetto paesaggistico. Lo scenario di Moggio è uno dei più pittoreschi dell’intero arco alpino. Resiutta conduce agli assolati pendii di Resia. Chiusaforte apre con la Val Raccolana verso Sella Nevea. Il trono regale del Montasio si specchia nel Fella a Dogna con i rosei riflessi di una eterna aurora. Pontebba corona la valle e introduce alla Val Canale dai vasti boschi, preludio alle estese valli della Carinzia lacustre. Per il Canal del Ferro sono passati popoli e popoli e tutti hanno lasciato le loro tracce toponomastiche. Ma dopo duemila anni è notevole il fatto che persista una latinità celtica, a dispetto di tutte le invasioni ricorrenti. Giuseppe Marchetti parlava di itatinizzazione della vallata, ma a mio avviso i tratti di antichissima conservatività linguistica inducono a una presenza linguistica molteplice e di confronto in cui di nuovo è prevalso il discorso latino. Prova ne sia la conservazione nel Canal del Ferro, come in poche altre aree del friulano rilevabili in Carnia, del nesso "int" per il latino "ant" constatabile negli esiti "vèvint, vignivint" (latino "habebant", "veniebant" ecc.). La "t" finale è caduta in tutto il territorio ladino. Dicevamo che il confronto tra più culture ha portato senza dubbio a una conservatività da un lato e a una evoluzione dall’altro e inoltre ha arricchito il bagaglio mitico e leggendario delle tradizioni popolari. Già Michele Gortani rilevava il ricco folclore narrativo delle genti del Canal del Ferro, di cui rivelava le affinità con analoghi esiti mitici della Carnia e dell’intero Friuli, staccandoli nel contempo dal mondo di Resia e della Val Canale, contigui, ma etnicamente diversi. Di striis e di orcui (streghe e orchi) è pieno l’universo popolare. E così pure di gnomi, folletti, maghi, di esseri primitivi, di diavoli. Un grande rilievo hanno le aganis, specie di ninfe o nàiadi, i cui connotati differiscono da quelli ipotizzati in altre parti della Regione. Un tratto caratteristico è quello di avere i piedi a rovescio e talvolta anche i polpacci. Sono dipinte come vecchie e brutte, quasi confondendole con le streghe, o bionde e bianche e pure belle. Possono avere anche una loro regina ornata d’oro. Viene attribuita alle aganis anche una sorta di antropofagia, come fossero delle sirene omeriche, che rapiscono gli uomini. Sarebbe utile accostare questi particolari mitici ad altre culture per un più approfondito discorso delle origini. La lista si allunga con l’orco sempre localizzato in un determinato ambiente: la Val Raccolana, il Fontanon, Casasola, Povici (S¸ tâi), il Monte Amariana. La sua tipologia non presenta aspetti diversificati dal resto del territorio friulano. Stessa sorte tocca al vèncul, personificazione dell’incubo notturno. Quando arriviamo agli "Spiriti" ci troviamo di fronte a un mondo di proiezione ultraterrena della vita, quasi un intreccio tra mondo visibile e invisibile, tra forze di personaggi evocati dalle tenebre del mistero eppure radicati nella realtà paesana. La Bâbeberte e la Mâri da le gnot ci rituffano nelle paure della preistoria. Anche se in seguito adoperati per i fanciulli, questi miti non sono nati per il mondo infantile. Nell’evoluzione dei millenni sono stati come derubricati e declassificati. E che dire di striis e striaments (streghe e stregonerie)? Siamo in compagnia di un universo culturale che abbraccia l’area mediterranea come quella nordica e alpi-na, senza distinzione di gruppi linguistici. È la rimozione della donna, il cui potere vitale ingenera nell’uomo ancestrali paure. La localizzazione ambientale è di rito anche per le streghe e del resto per varie persone tuttora non è leggenda, ma credenza. La civiltà dei monti e dei campi sfuma in una misteriosa atmosfera di sortilegi e di malefici. Ne fanno le spese pe lo più gli animali domestici, spesso unica sostanziosa fonte di sostentamento: mucche e maiali. Si aggiungano le possessioni diaboliche. C’è sempre un’ alleanza tra la strega e il demonio. A dispetto di quanto proclamava Giosuè Carducci a proposito dei miti carnici, qui non è evitabile l’atmosfera cupa del Nord, almeno del tutto. Il diavolo e i dannati fanno parte dell’essere del mondo e partecipano al suo perenne travaglio. Decisamente più serena e confortevole è la visione dei morti e dei santi. È il ritorno dei trapassati nel focolare in cui ha palpitato il loro cuore e dove vibra la vita dei loro discendenti e la stirpe continua. I Friulani non hanno bisogno di copiare miti e feste perchè le zucche intagliate e illuminate dall’interno sono sempre state di casa. Le processioni dei defunti sono pellegrinaggi di speranza e rinnovano il contratto tra morti e vivi senza soluzione di continuità. Ed è chel âtri mont (il mondo dell’aldilà) a irrompere nella realtà d’ogni giorno. Fioriscono nomi singolari: Marcandâle, Bele, Zefìro. Il confine tra la terra e il cielo, tra il quotidiano e il magico non esiste. Possiamo quindi passare nel prosieguo di questo volume, che fa parte di una vasta collana abbracciante l’intero Friuli, ai racconti di tesori scoperti o ritrovati e a quelli sull’origine di un luogo, alle narrazioni tra fiaba e storica realtà, variamente mescolate. Ce ne sono per tutti i gusti del fantastico. Si riflettono in esse culture antiche, memorie sopite e trasformate dal tempo, episodi vissuti, temi morali. Troviamo inserite preghiere e devozioni popolari, storie di santi e di chiese, episodi di scongiuro apotropaico degli avversi elementi atmosferici. E infine, dopo un immaginoso "bestiario" dal sapore medioevale, dove bisce e serpenti la fanno da padroni, giungiamo a una interessante e varia rassegna di racconti tradizionali. La carrellata è finita. Svetta sul suo colle l’Abbazia di Moggio da sempre fulcro storico e spirituale di questa vallata tutta friulana. Tutto attorno, paese per paese, pulsa la vita, che senza alcuna retorica, osserviamo responsabile e seria in un mondo piuttosto smarrito. Questo documento mitico e leggendario resterà nel tempo a perpetuare la memoria, la cultura e lo spirito della gente del Canal del Ferro, cui auguro un futuro correlato alla sua storia e alla sua civiltà.
3. Le’ aganis a le’ èrin trei vedranis di sclûse, vecjis, ch’a no le’ volèvin savê di nue e di nisun. A’ son ladis a vivi sot il clapus, dongje le Macile, e cualche vôlte a le’ smontàvinjù fin ta Fele. A le’ vèvin i pîs ladrous e a le’ vivèvin come i salvadis. SCLÛSE
Le acquane
3. Le acquane erano tre zitelle di Chiusaforte, vecchie, che non volevano sapere di niente e di nessuno. Andarono a vivere sotto una roccia sporgente, a fianco della Macile, e tavolta scendevano giù fino al Fella. Avevano i piedi girati all’indietro e vivevano da selvagge. CHIUSAFORTE
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7. A l’ere une vôlte une pôre fèmine, ch’a le veve une sgrumie di fruts e fra ches¸cj ancje trei frutis. Le fèmine a le tirave indavant bessole le barache, parceche l’om al ere ator pal mont e nol deve segno di tornâ dongje. Le’ trei frutis si barufàvin simpri, si pestàvin e le mâri di continuo ur vosave: – Sù, frutis, cujetàisi! Ma nol servive a nue. Le’ frutis, man man ch’a le’ cresèvin, a le’ diventàvin simpri pui tristis. Une dì a l’è passade di aì une vecje di Rêsie, ch’ai disèvin ch’a l’ere une strie, propi tal moment che le’ trei frutis si pestàvin, si tiràvin i cjavei, si sbregàvin i grimâi, chei di regadin botonâts par daûr cui botons di soldâts. – Oh, ce tristis ch’a son ches¸tis frutis! – a l’à dit le vecje a le mâri – Màndilis vie, mo, vencilà! Sta di fat che cualche sere dopo le’ frutis a le’ van, sì, a durmî, ma tal indoman no le’ son pui a cjase. – Dolà sono ladis a finîle? – a l’à dit le mâri, e cîr di ca e cîr di là, no le’ à cjatadis di nisune bande. Une dì, dopo un brut temporâl, a l’è vignude une montane; chei ch’ai làvin a gladops ai àn viodût a bulinâ sot il "Clap soldât" (a si clame cussì parceche par antîc ai àn cjatât dongje chel clap un soldât muart), dolà ch’a l’è une caverne, une bûse. Cui èral, po? Le’ trei frutis, ch’a le’ èrin diventadis aganis. Eco cui ch’a son le’ aganis: trei femenatis tristis, sporcjis, sgjaveladis, sgnarcleôsis, ch’a le’ cjamìnin cui pîs davantdaûr, parcech’ai àn il talon davant e le ponte daûr. RACOLANE
Le tre acquane
7. C’era una volta una povera donna, che aveva tanti figli e fra questi anche tre bambine. La donna doveva sopportare da sola il peso della famiglia, perché il marito era in giro per il mondo e non dava alcun segnale di riavvicinamento. Le tre bambine baruffavano sempre, si picchiavano e la madre continuamente le sgridava: – Su, bambine, state buone! Ma non serviva a nulla. Le bambine, man mano che crescevano, diventavano sempre più aggressive. Un giorno passò di lì una vecchia di Resia, che dicevano essere una strega, proprio nel momento in cui le tre ragazze si picchiavano, si tiravano i capelli, si strappavano i grembiuli di rigatino, chiusi sulla schiena con bottoni da soldati. – Oh, come sono cattive queste ragazze! – disse la vecchia alla madre – Mandatele via! Sta di fatto che qualche sera dopo le ragazze andarono come al solito a dormire, ma durante la notte scomparvero. – Dove sono andate a finire? – si chiese la madre, e cerca di qua e cerca di là, non le trovò da nessuna parte. Passò qualche tempo e un giorno, dopo un brutto temporale, venne una gran piena; quelli che andavano a raccogliere la legna trasportata dalle acque del fiume notarono un movimento di persone poco più giù del "Clap soldât" (si chiama così, perché anticamente lì hanno rinvenuto, accanto al masso, un soldato morto), dove si trova una caverna, una buca. E chi si rivede? Le tre ragazze, ch’erano diventate acquane. Ecco chi sono le acquane: tre donnacce malvagie, sporche, scarmigliate, mocciose, che camminano con i piedi girati all’indietro, perché hanno il tallone davanti e la punta dietro. RACCOLANA
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14. Jo varài vût siet o vot agn cuant che, sentât su le bancjute davant di cjase, jo stavi cjalant l’âghe da le Macile ch’a le colave jù pa’ le spisande, pròpit di chê âtre bande da le val, sot li’ monts di Rêsie. Le mê atenzion si ere apene spostade sul clapus ch’al è pròpit aì dongje, cuant ch’a l’è rivade mê nône. Non le clamàvin nône e j vulèvin ben come a une nône, ma a l’ere dome le madrigne di gnostri pâri. Jei, rivant, a le fâs: –Ce stastu cjalant, là sù, frut? – Jo cjalavi chê buchere ch’a l’è sot dal cret, dongje da le Macile, nône. – Al è il "Clapus¸ da li’ aganis", chel! – E ce èisal un clapus? – Al è come che tu disevis tù, une specie di buchere, une grote, une caverne sot dai crets. – Chel clapus aì, èisal tant font? Fin dulà rìval? E vou seiso mai stade dentri? – No, jo no sei mai stade là sù, ma cuant che jo eri frute a’ disèvin i vècjos¸ che une vôlte al lave indentri fintramài sot da le mont Cjanine, di chê bande di Rêsie. Cumò, chei che a’ son stâts a’ dìsin ch’al finis aì. Fòrzit le jentrade a l’è slacade o fòrzit no son plui bons di cjatâle. – Ma chestis… aganis èrino a stâ là sù, di là da le Fele? – Sigûr! E jo crout che a’ segnin ancjemò là vie dentri. Lôr no son migo fèminis come chê’ âtris, ve’! – No? E cemût sono, po? – A’ son dutis blancjis, vistidis di blanc, cui cjavei clârs – come il scus¸ da le panôle – lis¸ e luncs fin cuâsi tal cûl. Ma le roibe che li’ rint tant diferentis di dutis chê’ âtris fèminis a son i pîs: ju àn sladrosâts! – Cemût puèdino jessi i pîs… sladrosâts? – Insome, i pîs ju àn par daûr e i talons par davant. A’ stan simpri dentri, sot dal clapus e a’ vègnin fûr dome di gnot, cuant ch’a l’è le lune plene. A’ scuègnin stâ atentis che il sorêli no li’ cjapi di fûr, se no a’ mùrin. – Vou, nône, li’ veiso mai viodudis? – No, frut, jo no li’ ài mai viodudis, cumò al è un pieç che nisun li’ viout pui, ma chescj agn, cuant che jo eri frute, jo ài cognosût tancj di lôr che li’ vèvin viodudis, di gnot in ta Fele, intant ch’a’ lavàvin i linzûi dai pùars e dopo ju metèvin a suâ di fûr dal clapus. – E chel gravon ch’al comence di fûr dal clapus e al va jù fin ta Fele? – Sas¸tu, frut, cun chei pîs sladrosâts a’ fasèvin fadìe a cjaminâ e le mont, aì, a l’è rìpide, duncje, chel gravon lu àn fat lôr a fuarce di lâsù e jù a lavâ linzûi e mètiju a suâ… Di chel moment jo ài vût une robe sole tal cjâf, par ungrum di timp: lâ a viodi il "Clapus da li’ aganis". Jo eri sigûr che sares rivât a cjatâ chel passaç segret ch’al portave tal lôr mont. Però al esisteve un problema, jo eri masse pìçul par podê traviersâ le Fele… e cuant che jo sei diventât avonde grant, par podê passâ l’âghe dibessôl, li’ aganis no mi interes¸àvin pui! Cumò il "Clapus¸ da li’ aganis" al è taponât cuâsi dal dut dai sterpârs e ancje il gravon al è in gran part inbonît, segno che li’ aganis d’in chê vôlte no son pui tornadis a vignî-fûr… CJASESOLE
Le acquane
14. Potevo avere sette o otto anni quando, seduto sulla panchetta davanti a casa, stavo guardando l’acqua del rio Macile che precipitava a cascata dall’altra parte della valle, sotto i monti di Resia. La mia attenzione si era appena spostata su una roccia aggettante poco discosta allorché arrivò mia nonna. Noi la chiamavamo nonna e le volevamo bene come fosse la vera nonna, in realtà era la matrigna di nostro padre. Ella, avvicinandosi a me, mi chiese: – Cosa stai guardando, lassù, bambino? – Osservo quella cavità sotto la roccia, nei pressi del rio Macile, nonna. – Quello è il "Clapùs da li’ aganis"! - E cos’è un "clapùs¸"? – È, come dicevi tu, una cavità, una grotta, una caverna ai piedi della roccia. – Quel "clapùs¸" è tanto profondo? Fino dove arriva? E voi, siete mai stata lì dentro? – No, io non ci sono mai stata, ma quando ero bambina i vecchi raccontavano che una volta quella cavità penetrava nella montagna fin sotto il monte Canin, dalla parte di Resia. Ora, chi vi è stato di recente non ha trovato traccia del passaggio. Forse l’ingresso è ostruito da una frana o forse nessuno è più in grado di individuarlo. – Ma queste… acquane abitavano lassù, oltre il fiume Fella? – Certo! Io credo che vivano ancora là dentro. Loro non sono mica donne come tutte le altre! – No? E perché? – Sono completamente bianche di carnagione, hanno vestiti candidi, capelli chiari come le foglie secche della pannocchia, lisci e lunghi fino in fondo alla schiena. Ma ciò che le rende diverse dalle altre donne sono i piedi rovesciati! – Come sono i piedi… rovesciati? – Insomma, la punta sta dietro e il tallone davanti. Vivono sempre all’interno della cavità ed escono solo di notte, quando splende la luna piena. Devono stare attente a non prendere il sole, altrimenti muoiono. – Voi, nonna, non le avete mai notate? – No, bambino, non le ho mai viste; da un po’ di tempo nessuno le vede più, ma anni fa, quand’ero bambina, ho conosciuto tante persone che le avevano sorprese di notte sulle rive del Fella a lavare le lenzuola dei poveri, che poi mettevano ad asciugare davanti al loro riparo. – E quel ghiaione che parte dalla cavità e scende fino al fiume? – Sai, bambino, loro facevano fatica a camminare con i piedi rovesciati, lì il pendio è ripido e quel ghiaione è opera loro, a forza di andare giù a lavare le lenzuola e tornare su per metterle ad asciugare… Da quel momento, e per diversi anni, ebbi un chiodo fisso in testa: andare a visitare il "Clapùs da li’ aganis". Ero sicuro di rintracciare quel passaggio segreto che mi avrebbe condotto nel loro mondo. Però c’era un ostacolo: il Fella, ed io ero troppo piccolo per guadarlo… Quando, ormai cresciuto, potevo attraversare da solo l’acqua del fiume, le acquane non mi interessavano più! Ora il "Clapùs¸ da li’ aganis" è quasi completamente nascosto dai cespugli ed anche il ghiaione è inerbito, segno che da tanto, tanto tempo le acquane non escono più dal loro rifugio… CASASOLA
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